Il principe Harry è sbarcato nel Regno Unito. Il dramma seguì immediatamente.
Arrivò nel suo paese d’origine. Mi aspettavo un posto a casa, a quanto pare. O almeno così pensava. Fonti hanno detto che ha accettato l’offerta di re Carlo di soggiornare a Buckingham Palace. Era un invito diretto. Harry però non rispose in tempo.
Il termine è scaduto. Silenzio.
“Sabato sera gli è stato comunicato che non potrà restare.”
Il portavoce di Harry lo ha definito deludente. La confusione è palpabile. Perché ritirare un’offerta formalmente accettata? Perché farlo all’ultimo secondo? Buckingham Palace ha il suo lato. Dicono che Harry non abbia mai confermato il soggiorno. Inizialmente ha detto di no. Poi ha cambiato idea.
Troppo tardi.
Il personale era sparito. Gli accordi crollarono. Quando il Duca di Sussex acconsentì, la casa gli era stata chiusa. Adesso si trova in una località segreta e non reale. Anonimo. Privato. Distante.
Questo uccide le possibilità di ricongiungimento padre-figlio? Probabile.
Era già complicato. Adesso è peggio. L’amarezza si diffonde nell’alloggio ritirato. La logistica soffre perché non vive sotto lo stesso enorme tetto del re. La prossimità conta nella riconciliazione. A Harry manca.
Visiterà un ospedale pediatrico della città. Poi Birmingham. Il National Exhibition Centre ospita il conto alla rovescia degli Invictus Games. Manca un anno al 2027. L’evento in stile paralimpico da lui fondato resta il suo punto fermo qui.
La famiglia non è con lui. Le preoccupazioni per la sicurezza hanno forzato la mano.
Meghan, Archie e Lilibet sono rimasti negli Stati Uniti. Il 1 luglio il comitato RAVEC ha sganciato una bomba. Nessuna protezione della polizia a tempo pieno per i Sussex durante questo viaggio. Vanity Fair ha notato che Harry era “devastato”. Vicino alle lacrime, hanno detto.
Una visita di cinque giorni. Breve. Affilato. Il dramma non si ferma solo perché l’aereo atterra. Rallenta appena.
